Il 2025 è stato caratterizzato per buona parte dell’esercizio da un livello della domanda piuttosto debole, sulla scorta di quanto acquisito nel corso del biennio precedente.
L’anno si è aperto con costi crescenti sul mercato all’ingrosso dell’energia elettrica (PUN) i crescita, con gennaio a oltre 140 € / MWh (gennaio 2024 si era attestato sotto i 100€ / MWh) e febbraio in ulteriore incremento a 150 € / MWh, minando ulteriormente la competitività dell’industria nazionale.
Nel medesimo periodo si è registrata nuovamente una sostanziale stagnazione dei consumi finali (in volume) sul largo consumo a livello nazionale, nonostante il progressivo rientro dell’inflazione, la cui componente alimentare (quasi sempre pari o superiore al 2%, con picchi estivi del 3,5-4%) è tuttavia rimasta ben superiore alla core (quasi sempre pari o inferiore al 2%).
Nei primi mesi dell’anno sono state avviate schermaglie sui dazi tra Stati Uniti e UE, aumentando notevolmente l’incertezza sul futuro delle esportazioni di numerosi prodotti europei. Il fenomeno ha determinato inizialmente un repentino sviluppo dell’export grazie al pre-buying effettuato dai partner commerciali americani. Successivamente, grazie prima alla sospensione dei dazi fino a luglio ed il successivo accordo al 15%, i mercati si sono progressivamente riallineati al nuovo assetto tariffario. Va notato in ogni caso che nella prima metà dell’esercizio l’Euro si è decisamente rafforzato sul Dollaro, cosa che tradotta in pratica ha significato un “dazio nascosto” del 10-15%.
Nei mesi centrali dell’anno (aprile-luglio) la domanda è comunque risultata in crescita stagionale pur se, ancora una volta, scarsamente dinamica e sempre sotto i livelli 2024, con alcuni segmenti chiave dell’imballaggio flessibile in difficoltà (ad es. il film estensibile e i film a base PP).
Nel medesimo periodo sono arrivati discreti segnali dall’imballaggio alimentare (in particolare dai coex barriera) mentre quello industriale, in particolare flessibile, ha evidenziato un’evoluzione negativa sulla scorta della riduzione dell’output manufatturiero a livello nazionale e presso il principale partner commerciale (Germania).
L’edilizia in senso stretto ha proseguito nella traiettoria di ridimensionamento (peraltro attesa) coincidente con le rimodulazioni / cancellazioni dei bonus fiscali. Particolarmente colpiti i segmenti che trovano importanti sbocchi nelle ristrutturazioni (quali ad es. isolanti in EPS, profilati per infissi in PVC).
Al contrario il comparto infrastrutturale ha cominciato ad evidenziare un’accelerazione dei consumi, in parte grazie finalmente alla messa a terra dei fondi PNRR, che si è protratta per la prosecuzione dell’esercizio.
Per quanto riguarda i beni semi-durevoli (es. articoli casalinghi, mobili per esterni e affini), si è rilevato un andamento decisamente divergente: se il mobile da esterni ha avviato una traiettoria di deciso incremento (tanto per un miglioramento delle richieste che per un minor ricorso a riciclati), gli altri comparti sono rimasti in rosso.
Tra gli altri rilevanti settori di sbocco si rileva una nuova severa contrazione della produzione nazionale di autoveicoli (-25% circa) e van (oltre -13%), solo in parte bilanciato dall’esportazione di componentistica per primi impianti (produzione di auto tedesca a cui parte rilevante del comparto nazionale è agganciata, a +2% in numero di veicoli) così come della produzione di ricambistica.
Anche altri segmenti, in particolare quello dei grandi elettrodomestici, hanno evidenziato persistenti difficoltà, che hanno portato ad una ulteriore riduzione dell’output produttivo, andatosi a sommare a quanto perso nel corso degli esercizi precedenti.
Tornando ai costi energetici, dopo una breve parentesi in maggio al di sotto dei 100€ / MWh, si è rilevato un nuovo incremento in estate, ed i valori sono rimasti nei pressi dei 110€ / MWh fino a tutto ottobre, per poi salire ulteriormente a 115-117 negli ultimi due mesi. Si rimane molto lontani dai valori pre- 2021 (es. nel 2019 il prezzo nazionale è stato mediamente di 50€ / MWh).
Per quanto riguarda invece le quotazioni dei polimeri, dopo un effimero rialzo in avvio esercizio, l’andamento è stato caratterizzato da un progressivo e pressoché inarrestabile indebolimento, con i mesi autunnali arrivati ai minimi in ragione della pressione competitiva dell’import extra europeo, che ha costretto anche gli impianti continentali ad adeguarsi al ribasso, con evidenti ripercussioni sulla marginalità.
Tornando all’evoluzione del mercato, nella parte terminale dell’anno si è registrato un minimo sussulto dei consumi, non sufficiente tuttavia per portare l’anno al pareggio, anche in ragione delle prolungate chiusure invernali (anche dal 19 dicembre all’11 gennaio compreso) effettuate da diverse aziende appartenenti ai comparti maggiormente in difficoltà.
A consuntivo, la domanda complessiva di polimeri vergini è rimasta pressoché su livelli analoghi all’esercizio precedente (-0,2%) attestandosi a 5,1 milioni di tonnellate. A macchia di leopardo, infatti, una serie di polimeri (LLDPE, PVC, PS, EPS, alcuni polimeri tecnici) sono riusciti a mantenersi stabili o in crescita.
Sotto il profilo dell’offerta, si è confermata anche lo scorso anno la penetrazione di polimero realizzato in impianti extra europei, aumentata in misura più che proporzionale ai consumi interni per alcuni polimeri, come ad esempio per il polietilene lineare, il cui mercato è ormai per oltre il 55% in mano all’import, o per il PVC, la cui filiera ha sostituito in tempo record l’import USA ed egiziano bloccato dai dazi con quello asiatico (Corea in particolare).
Il futuro della petrolchimica europea sembra purtroppo segnato, in ragione del gap di competitività con altre aree geografiche, ed è testimoniato dalla lunga lista di chiusure effettuate e programmate: ai 26 impianti chiusi nel biennio 2023-24 si sono aggiunti altri 48 siti produttivi nel 2025 ed entro il 2027 sono previste ulteriori 17 fermate. Nel complesso l’entità della capacità produttiva persa, tra chiusure effettuate e programmate, supera i 22 milioni di tonnellate.
Guardando all’evoluzione futura, le prospettive indicano la prosecuzione della stagnazione dei consumi di termoplastiche vergini, con un avvio 2026 tendenzialmente al di sotto dei discreti livelli della domanda di fine esercizio, e nel breve termine non si intravedono variazioni strutturali di scenario, per quanto alcuni fondamentali macroeconomici (es. tassi di interesse, inflazione core) siano oramai riallineati, mentre restano numerose incognite sotto il profilo geopolitico.
Persistono infatti una serie di fattori che esercitano un freno al recupero della domanda di termoplastiche vergini.
Un primo cluster è rappresentato da fattori che possono essere considerati transitori, e che infatti sono in buona parte rientrati nel corso dell’ultimo biennio:
- Livelli dell’inflazione: dopo il rientro ulteriore registrato nel 2025, non sono attesi sussulti per quanto riguarda l’inflazione core (o di fondo) nel 2026, mentre preoccupa il mantenimento su livelli superiori al 2% di quella alimentare;
- Tassi di interesse BCE: gli ulteriori tagli effettuati nel 2025 come da attese hanno riportato i tassi di rifinanziamento bancari al 2,15% in giugno. Nessuna ulteriore mossa da parte della BCE nei mesi successivi, e anche in avvio 2026 non sono stati effettuati ulteriori ritocchi;
- Crisi logistica in Mar Rosso: la logistica si è adattata a tempi di percorrenza più lunghi e l’andamento dei costi dei noli 2025 ha subito un minor impatto dalle tensioni geopolitiche locali (mentre è stata fortemente influenzata dalla “guerra dei dazi”. In avvio 2026 tuttavia, in ragione dell’aumento delle frizioni, e del sequestro di due petroliere, sono possibili nuovi impatti sui flussi logistici;
- Costi energetici: gli incrementi dei prodotti energetici registrati in apertura d’esercizio (gennaio e febbraio 2026 nei dintorni dei 130€ MWh) pongono diversi dubbi sull’evoluzione in corso d’esercizio, per quanto si rimanga su livelli inferiori all’apertura 2025 (valori tra 140-150 € / MWh);
- Dazi americani: dopo un lungo “tira e molla” UE e USA si sono accordati su dazi al 15%. Considerate le sospensioni sull’entrata in vigore delle barriere commerciali, è atteso un maggior impatto sul commercio internazionale (e sull’export di prodotti europei e italiani verso gli USA) nel corso del 2026. Si sono registrate alcune avvisaglie già alla fine dello scorso esercizio, con qualche azienda in Cassa Integrazione a causa del ridimensionamento dell’attività produttiva, legata in buona parte al mercato nordamericano.
Un secondo cluster è rappresentato da fattori che possono essere considerati strutturali o quanto meno persistenti:
- Riduzione dell’output industriale dell’eurozona, collegato alla perdita di competitività a livello globale a causa dei costi produttivi sensibilmente superiori a quelli di pressoché tutte le altre aree geografiche. Anche nel 2025 l’andamento della produzione industriale tanto dell’Italia che della Germania, nostro principale partner commerciale, sono rimaste in rosso (per quanto per l’Italia, che ha recuperato negli ultimi mesi, la contrazione è stata a consuntivo decisamente limitata).
- Perdita di competitività dell’industria di trasformazione nazionale ed europea, in particolare nell’estrusione film entry level a larga diffusione e spesso standardizzati, quali ad es. un’ampia rosa di estensibili e BOPP (ma sempre più anche per quanto riguarda i film tecnici). Nel primi 10 mesi del 2025 le importazioni sono aumentate di oltre 500 mila tonnellate (di cui 185.000 di soli imballaggi, portando il saldo commerciale in profondo rosso a -157 kton). Il tema è ormai strutturale e non vede possibilità di risoluzione quanto meno nel breve termine. Va sottolineata tuttavia la cosiddetta “resilienza” del comparto a livello nazionale, costituito in larga parte da piccole e medie imprese in grado di riorientarsi sui mercati in tempi molto stretti, elemento che ha contribuito a sostenere i livelli produttivi nell’ultimo biennio;
- Crescente ricorso ad import di polimero vergine da impianti extra europei (per i lineari si è arrivati addirittura ad oltre il 55%, come già rimarcato): il fenomeno è sempre più consistente a causa della (sempre lei) perdita di competitività, in questo caso della petrolchimica continentale, caratterizzata come già rimarcato da una tempesta di chiusure di impianti, già effettuate o programmate. Pur non impattando direttamente sui volumi della domanda di polimeri vergini, i crescenti livelli di importazione di polimeri low cost hanno consentito alle imprese nazionali di contenere i propri i costi produttivi;
- Crescente ricorso a riciclati, vuoi per normativa (vedi sotto) o per obiettivi di decarbonizzazione delle filiere servite dall’industria di trasformazione nazionale. Nonostante nell’ultimo biennio si sia registrata una perdita di attrattività dei rigenerati, in ragione della competitività economica del vergine, nel medio periodo è atteso un deciso sviluppo dei manufatti realizzati a partire da PCR, con evidenti ripercussioni sulla domanda di vergine;
- Iper regolamentazione del settore materie plastiche a livello UE, con particolare riferimento al fondamentale comparto degli imballaggi: in tal senso sono state emanate normative penalizzanti e/o che caricano ulteriormente di costi la filiera: Plastic Tax UE, direttiva SUP, Regolamento imballaggi (PPWR).
Per quanto riguarda i fattori trainanti vi sono scarsi spunti, a livello nazionale gli analisti indicano un’evoluzione solo marginalmente positiva dei consumi finali (+0,8% a livello nazionale). Le infrastrutture, “grazie” anche ai ritardi accumulati nei progetti PNRR, che hanno dato comunque un impulso ai consumi nel 2025, dovrebbero sostenere la domanda nel 2026. E anche il rilancio degli investimenti in edilizia e costruzioni, previsti da ANCE in crescita del +6% nel presente esercizio, costituirà un traino per il settore. Potrebbe stabilizzarsi o recuperare anche la produzione industriale, prevista da alcuni analisti a +1% circa, ma, ancora un volta non si intravedono i presupposti per la concretizzazione di un vero e proprio recupero.
Mediando le diverse tendenze, nel complesso è atteso, nel prossimo biennio, un andamento scarsamente dinamico dei consumi di termoplastiche vergini, con un 2026 previsto ancora in leggera contrazione e attese di recupero rimandate al 2027.
Nelle previsioni effettuate non è stato considerato l’impatto della Plastic Tax nazionale, ad oggi prevista per inizio gennaio 2027 dopo l’ennesimo rinvio. Si ritiene che l’imposta sarà ulteriormente rimandata o cancellata.
